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    November 20

    Il Diritto strumento di morte

     

    Per iniziare a riflettere. Ci sarà modo nei prossimi giorni di approfondire la valenza propriamente giuridica della sentenza della Cassazione sul "caso Eluana". Avremo modo di verificare se l’agonia cui Eluana appare ormai irrimediabilmente condannata sarà paragonabile a quella, atroce per la sua lunghezza, di Terry Schiavo.

    Per ora limitiamoci a richiamare le obiettive ricadute biogiuridiche e soprattutto bioetiche di questa sentenza. Ribadisco: bioetiche e non teologiche, non dogmatiche, non spirituali, non religiose. Non perché queste ricadute non ci siano (anzi, sono le più importanti), ma perché prima di approdare al piano della teologia e della spiritualità abbiamo il dovere, come cittadini di una società laica e pluralista, di soffermarci e di ragionare sul piano della ragione umana, quel piano che tutti ci accomuna, credenti e non credenti, quel piano che i magistrati di Cassazione hanno obiettivamente offeso. Leggiamoci la sentenza della Corte.

    In poche parole, i magistrati hanno avallato l’eutanasia, senza avere il coraggio di chiamarla con il suo nome. Non è vero che il caso Eluana sia riconducibile al legittimo rifiuto di un trattamento sanitario: alimentare un malato non è sottoporlo a un trattamento, ma “prendersi cura di lui”, in una forma simbolica ben più alta di quella stessa della medicina. Il solo fatto che esista l’opinione diffusa, anche tra autorevoli medici e scienziati, secondo cui alimentare e idratare un malato in stato vegetativo è una forma di sostegno vitale e non una terapia in senso stretto, avrebbe dovuto indurre tutti (e i giudici di Cassazione in primo luogo) ad adottare un criterio interpretativo restrittivo e non estensivo dell’articolo 32, 2° comma, della Costituzione, che riconosce al paziente il diritto di rifiutare trattamenti sanitari coercitivi, ma non gli dà il diritto di disporre della propria vita.

    E ancora. Confermando che al padre di Eluana va riconosciuto il potere di ordinare la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione della figlia, la Cassazione ha alterato irrimediabilmente la figura del tutore, cioè di colui cui il diritto affida il compito di tutelare soggetti fragili, deboli, incapaci, inabilitati, interdetti, alla condizione però di agire sempre e comunque nel loro esclusivo interesse. Condannandola a morire, il tutore non solo sottrae a Eluana il bene della vita, ma soffoca ogni sia pur minima speranza di poter fuoriuscire da uno stato, come quello vegetativo, che non a caso la scienza definisce “permanente”, non “irreversibile”. Del fatto che, con la sua decisione, la Cassazione ha contribuito a offuscare il concetto, già in sé estremamente complesso, di accanimento terapeutico, inducendo l’opinione pubblica a ritenere ciò che non è, cioè che l’assistenza prestata a Eluana, per consentirle di sopravvivere, fosse futile, sproporzionata, indebitamente invasiva, caratterizzata dall’uso di tecnologie sofisticate.

    Non è così che si rende omaggio alla verità.

    Ma forse l’esito più devastante di questa sentenza sarà quello simbolico: essa avallerà l’opinione secondo la quale la sospensione dell’alimentazione sarebbe giustificata dal fatto che, in quanto preda di uno stato vegetativo persistente, Eluana avrebbe perso la propria dignità. È un messaggio devastante, oltre che colpevolmente umiliante per i tanti altri malati in stato vegetativo (e per le loro famiglie). Nessuna malattia, nemmeno la più grave, può erodere la dignità dell’uomo, né sospendere i suoi diritti fondamentali o incrinare il suo diritto alla vita. Che il signor Englaro, e con lui i magistrati che hanno avallato le sue richieste, abbiano perso questa consapevolezza, prima che suscitare critiche o sdegno, suscita un profondo dolore. (www.parrocchiauniversitaria.it)

     

    November 11

    Il sole di novembre

     

    In mezzo al mese di novembre, di solito è nebbioso e freddo, quest’anno ha una nuova capacità di “sole”! Non parlo di previsioni del tempo! Roba da vecchi! Parlo del sole che domenica faranno splendere i giovani di tutta la Diocesi, accompagnati dai loro animatori più grandi, al ritiro spirituale a Monte Oliveto-Pine!

    Luca, il giovane animatore che era a occupare la scuola, dice: “Quanta poesia oggi, Claudio! Non sei, come le altre volte, un po’ yogurt! Ma la poesia e il teatro non fanno la realtà! Tanto ci andranno i soliti quattro sfigati che non impegnano la domenica se non con ritiri, preghiere, esercizi, catechismo, feste di oratorio, ecc. ecc… Ma la vita di tutti i giovani è un’altra cosa!”.

    Eppure, i nostri ragazzi e giovani sono degli sfigati?

    Sono diventato “amico” di molti di voi su facebook. Questo mezzo di comunicazione è stato creato dal 2004 per mantenere i contatti tra gli studenti delle università e licei di tutto il mondo. Adesso è diventata una rete sociale, rete nella rete, che abbraccia trasversalmente tutti gli utenti del web. Ebbene, gli utenti di facebook hanno creato dei gruppi spontanei, cui s’invitano gli “amici”. Quanti sono i gruppi a sfondo religioso, ma questo è solito sul web. Molti sono anche quelli blasfemi, ma anche questo è solito. Non mi sono mai imbattuto invece così tanto con dei gruppi “spirituali”, nel senso che, i componenti hanno fame e sete della Parola di Dio, di momenti di preghiera, di Altro! Abbiamo bisogno di Dio! Non si è mai vista una fame di spiritualità e di Dio come oggi!

    I giovani Lo vanno a cercare anche su internet! E questo è solo un esempio.

    Ritornando a domenica: possibile che i giovani nella Diocesi di Pinerolo vadano a cercare solo sul web le realtà spirituali? Possibile che, quando gli viene servito un ritiro, con meditazione adatta a loro, con tempo di silenzio e di adorazione, con amicizia e fraternità, con la ripresa nei laboratori e con la Santa Messa, non faranno splendere il sole spirituale per tutta la Chiesa che è in Pine?

    Se dai giovani non verrà il sole, prepariamoci a un lungo inverno anche per la nostra Chiesa!

     

    November 05

    chiesa o Chiesa?

     

    Quest’anno il 9 di novembre cade di domenica. In questo giorno, la liturgia romana e i cattolici di tutto il mondo celebrano la festa della Dedicazione della Basilica di San Giovanni in Laterano, la Cattedrale di Roma, che non è san Pietro, come quasi tutti pensano. È un segno che ci permette di riflettere sul senso del “tempio” all’interno della Chiesa, sul ruolo fondamentale della Chiesa Madre di Roma e sul nostro essere “Chiesa”.

    Il cristianesimo porta alle estreme conseguenze: nessun tempio umano può contenere la presenza di Dio, non esistono luoghi “sacri” perché tutto appartiene al Creatore. Gesù, vero tempio di Dio, consacra, rende sacro ogni uomo, ogni luogo, ogni tempo. Incarnandosi, diventando uomo, Gesù annulla la divisione fra sacro e profano, restituisce armonia, ricostruisce l’unione che era all’origine della Creazione. “Voi siete il tempio di Dio” (1Cor 3,16); “Voi siete corpo di Cristo” (1Cor 12,27): è la comunità dei credenti a “fare” il tempio, è l’assemblea dei cercatori di Dio a rendere presente il Signore. Siamo pietre vive, concittadini dei santi, costruiti sul fondamento che sono gli apostoli e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Signore (cfr Ef 2,20). “C” maiuscola o minuscola?

    In splendide basiliche romaniche o in anonimi chiesoni in cemento delle periferie degradate, sono i discepoli che fanno la Chiesa e non viceversa. Ai tempi apostolici, alla sera del sabato o della domenica, ci si radunava in qualche casa spaziosa. Dopo la predicazione degli apostoli o degli immediati successori, si ripeteva il gesto della cena e i cuori vibravano all’unisono, i presenti sapevano che il luogo dell’accoglienza, dell’intimità, la domus, stava diventando altro, punto di riferimento clandestino, Cenacolo abusivo, grembo della comunità. Vorrei che fosse ancora così! Vorrei che tornassimo a considerare la comunità, più che le mura, l’armonia, più che l’architettura, il sogno, più che la prassi culturale, il restauro delle anime, assieme alla doverosa conservazione dei beni culturali! Quanto lo vuole Mons. Vescovo che ha dedicato la Lettera Pastorale nel V centenario della Dedicazione della Cattedrale!

    La Cattedrale, luogo in cui si custodisce la cattedra, il luogo da cui il Vescovo annuncia la parola, è segno di unità per tutte le parrocchie di una Chiesa locale. Nell’esperienza della Chiesa cattolica Roma, sede dell'apostolo Pietro e luogo di martirio suo e di Paolo, riveste una centralità spirituale e una vocazione particolare, la vocazione alla custodia del deposito della fede. Di cosa si tratta? È il compito difficile affidato a Pietro e alla sua comunità: custodire la fede.

    In parole semplici: amico, chi ti garantisce che la mia interpretazione della Parola sia quella vissuta da duemila anni di cristianesimo? Chi garantisce a me di essere nel solco scavato dall’esperienza delle comunità illuminate dallo Spirito dono del Risorto? Semplice: la comunione con Pietro d’oggi e la sua Chiesa. Guardare a quella cattedra, a quell'insegnamento, diventa tutela e custodia della Parola, non la Parola influenzata dalle correnti di pensiero, interpretata a proprio comodo dall'ultima moda di turno, ma la Parola vera, quella pronunciata da Gesù e riecheggiata dai testimoni. Oggi è la festa della cattolicità della Chiesa e della sua unità, della bellezza della diversità e della ricchezza dell'unione intorno al carisma di Pietro, rude pescatore chiamato ad essere roccia irremovibile nella custodia delle parole del Maestro.